15/11/16

METALLICA "Hardwired... to Self-Destruct" (Recensione)

Full-length, Blackened Recordings
(2016)

Otto anni di attesa sono tanti, ma i Metallica del dopo "Black Album" ci hanno abituato a pause lunghe, anche se stavolta mi sembra abbiano un tantino esagerato. Tutto questo tempo, a detta della band. è stato utilizzato con profitto: hanno suonato per tre anni di filla a supporto di "Death Magnetic", hanno realizzato il film-documentario "Through the Never", hanno sfornato due album, ovvero uno in collaborazione con Lou Reed intitolato "Lulu" (come dimenticarselo...) e hanno fatto uscire persino un ep, "Beyond Magnetic", e tutta una serie di dvd, live album, singoli ecc.
Ora mi chiedo, di tutto questo "impegno" profuso in questi otto anni, cosa ce ne facciamo? Io non dico nulla, lascio valutare voi. Senza contare il fatto che l'ultimo album in studio, quel "Death Magnetic" del 2008, non è che fosse proprio un capolavoro, ma ammettiamo che fosse discreto, a essere buoni.

Ecco, dopo tutto questo ti aspetti un riscatto. Io, fan dei Metallica dal 1987, ho sempre seguito tutto quello che hanno fatto. Arrivo da "Master Of Puppets", ma nonostante questo ho seguito la band fino ai giorni nostri. Di certo il mio interesse è molto scemato dopo ciò che hanno iniziato a fare negli anni Novanta, che va anche molto oltre la musica. Chi leggeva le riviste all'epoca sa di cosa parlo. Non si tratta solo di qualità o meno degli album, di thrash o meno, ma di come la band si è posta anche nei confronti degli stessi fan. 
Ma si sa, quando hai amato tanto una band gli permetti molto, quasi tutto. Ed è così che continuai a comprare i loro album, a leggere le loro interviste, a cercare del buono anche quando non ce n'era, nè nella loro musica e nemmeno in loro come personaggi. Arrivò poi "St.Anger", quel disco che a tutti ha fatto schifo tranne che a me. Personalmente non l'ho mai trovato un capolavoro, ma un disco dettato da un periodo di caos e frustrazione, un album istintivo, grezzo, sconclusionato, ma con almeno un elemento che alle mie orecchie lo faceva suonare bene, ovvero un alone vagamente malsano che mi prendeva, perlomeno in alcuni suoi episodi. Però devo essere onesto, non lo comprai mai, oramai il mio rapporto coi Metallica si era incrinato negli anni Novanta, ma non tanto per quei due dischi che per molti sono il loro punto più basso o giù di lì ("Load" - "Re-load"), ma per il black album, che mi piombò addosso come una doccia fredda in quella mia calda estate da tredicenne in cui mi stavo divertendo come un matto nella mia amata casa di villeggiatura in Toscana. Ero piccolo, ma erano già più o meno quattro anni che ascoltavo metal, e arrivando da due dischi come "Master of Puppets" ed "...And Justice For All", per me lo schianto del black album fu forte, mi deluse profondamente. 
Come un cane abbandonato dal suo amato padrone, come un teenager preso in giro dalla ragazzetta di cui si è innamorato davvero per la prima volta, io ero stato tradito dai miei preferiti nella musica: i Metallica. Nulla era come prima, le chitarre non graffiavano più, la voce di Hetfield era più ammaestrata, più melodica, le canzoni più lente e ammiccanti all'hard rock. Anche la produzione era cambiata, meno guitar-oriented e più votata ad esaltare voce e batteria (anch'essa cambiata totalmente, a favore di un approccio semplicistico da parte di Ulrich). I Metallica non erano più i Metallica. Cercavo quei Metallica che conoscevo e li ritrovavo a tratti solo in episodi come "Through The Never" o The Struggle Within", ma non erano di certo delle "Blackened", "Damage Inc." o "Welcome Home (Sanitarium)". Però alla fine cercai di vedere il bicchiere mezzo pieno e lo ascoltai parecchio. Chiaro però che il thrash non esisteva più nella loro musica, come non sarebbe esistito più per molti altri esponenti del genere come Testament, Megadeth, Anthrax, Sacred Reich, Nuclear Assault, Kreator, Xentrix, Forbidden, e la lista potrebbe andare ancora avanti, tralasciando pure coloro che proprio si sciolsero a causa di una crisi che gli stessi Metallica portarono nel thrash, chiamiamola crisi di identità da parte di molti dettata dall'emulare gli stessi Metallica, che stavano vendendo tonnellatte di album col "black album".
E' per questo che "Load" e "Re-load" a mio avviso non sono le loro vere pietre dello scandalo. In fondo la mazzata l'avevano data, quindi si aveva almeno il 50% di probabilità che potessero ammorbidirsi ancora o, ipotesi remota, che ritornassero sui loro passi. Scelsero, come da me previsto all'epoca, la prima strada, ma quei due dischi non erano brutti, erano solo "diversi", ma le qualità le avevano, e io ho sempre preferito il secondo, per una vena oscura che serpeggiava in alcune canzoni a me molto gradita. 
Arriviamo dunque a "St.Anger", a qui mi sono già espresso. Possiamo insultare quel disco qanto vogliamo, ma rimane uno dei dischi più anti commerciali che io abbia mai ascoltato, quindi mi andò bene così. Poi aspettiamo cinque anni e abbiamo tra le mani "Death Magnetic", disco su cui non mi dilungherò più di tanto, descrivendolo solo come un parziale tentativo non del tutto riuscito di tornare un po' alle origini, ma con una tracklist altalenante a livello di qualità e, soprattutto, una prova della band e una produzione non proprio impeccabili. Ma se sulla prova della band è accettabile non ritrovare la stessa ispirazione e rabbia degli albori, sulla produzione non possiamo accettare tali obbrobri, soprattutto se ti chiami Metallica. Perchè un conto è una produzione rozza alla "St. Anger", voluta, un conto è cannare proprio tutto come successo in "Death Magnetic". Con un'altra produzione sarebbe potuto essere un disco migliore.

Arriviamo ad oggi e a questo "Hardwired... to Self-Destruct". Anticipato da tre video-singoli a dire il vero non malaccio, ma lontani anni luce dai capolavori che tanti ci hanno sentito, questo nuovo album, senza troppi giri di parole, è la peggior delusione che i Metallica mi hano dato dai tempi del "black album". I tre singoli sono praticamente le uniche cose davvero accettabili di questo album e che quindi, facendo due conti della serva, arrivano nemmeno a venti minuti di musica decente sui quasi ottanta complessivi. OTTANTA MINUTI. Quindi cosa combina la band negli altri sessanta minuti? Nulla o poco più. Tralasciando la furia artefatta dell'apripista "Hardwired", il sufficiente metal d'annata un po' annacquato di "Atlas, Rise" e la scialbetta "Moth Into Flame", che rimangono pezzi dignitosi ma che non lasceranno nessun segno, già a partire dalla terza song del primo cd, ovvero "Now That We're Dead", ci troviamo di fronte una band già spompa, come se le due song d'apertura avessero già risucchiato tutte le energie compositive dei Nostri. Questa canzone è un innocuo e banale hard rock tirato per le lunghe, ma che non ha nè capo nè coda, non ha feeling, non ha energia, non ha nulla insomma. La voce di Hetfield poi rovina ancora di più un ritornello che di per sè è già bruttino. Inutile cercare chissà quali assoli o sorprese. Questa canzone non è degna nemmeno del più scanzonato cazzeggio in sala prove, non è paragonabile nemmeno a un riscaldamento tra musicisti prima delle prove vere e proprie.
Non del tutto da buttare è "Dream No More", che si appoggia su un riff quasi stoner che riporta in mente qualcosa di "Load" e soprattutto "Re-load", con similitudini con canzoni come "Carpe Diem Baby" e "Where The Wild Things Are", ovvero atmosfere un po' plumbee e una voce che in certi frangenti riporta in mente qualcosa degli Alice In Chains. Peccato che un pezzo del genere sarebbe andato bene se fosse durato quattro minuti, mentre qui la tiriamo lunga per quasi sette. A dire il vero queste sonorità erano presenti anche in "St.Anger", solo che qui sono prodotte meglio. 
Sulla produzione ho poco da dire di male: è pulita, si sente tutto bene anche se la batteria di Ulrich è un po' invadente come volumi, soprattutto il rullante. Di contro, le chitarre avrebbero beneficiato se avessero avuto più corposità e potenza, ma qui potremmo anche scendere nei gusti personali. Ma se andiamo proprio a vedere, senza contarcela troppo. è da "...And Justice For All" che la ritmica di Hetfield non ha più spinta, per un motivo o l'altro, quindi vedete un po' voi...

Chiude il primo disco "Halo On Fire", un altro polpettone indigesto di oltre otto minuti, che inizia come se fosse la classica ballata dei Metallica, ma che nel suo sviluppo si perde in un rock moderno insipido e mal assemblato e dove si colgono tutti i limiti canori dell'Hetfield attuale, incapace di dare sfumature diverse quando gli umori cambiano. Ormai la sua voce è sempre la stessa, sia nei momenti più heavy che in quelli più tranquilli. Insomma, piatta, incolore, sbiadita. Umori che comunque cambiano solo verso metà canzone, con lievi accelerazioni di batteria molto tirate per le orecchie, in quanto il riffing sotto rimane di basso livello e gli interventi di chitarra solista risultano davvero poveri (dov'è Hammett in questo disco, ci crede davvero in questi assoli?). 
E andiamo al secondo disco. Potrei dire che qui non si salva quasi nulla, e parliamo di oltre mezz'ora, escludendo quindi l'episodio finale che ammicca un po' al thrash, "Spit Out the Bone". Credetemi, non c'è un solo episodio che meriti davvero di essere ascoltato. Tutto risulta troppo privo di feeling, troppo scontato, manca l'ispirazione. Insomma, i Metallica degli anni Novanta che cercano di copiarsi non riuscendoci (e dire che non era questa grossa impresa, nessuno gli chiedeva i primi quattro album parte seconda). Non cito nessun episodio perchè nessuno merita, e io fossi in voi skipperei direttamente a "Spit Out the Bone", almeno vi evitate delle grosse rotture di palle come "ManUNkind", "Here Comes Revenge", "Am I Savage?" e "Murder One", dove sembra di risentire l'hard rock di "Load", ma molto meno convincente. Fate di nuovo voi, io non dico più nulla.
Però due parole le spendo sulla conclusiva "Spit Out the Bone". Inizia esattamente come "Hardwired", ma successivamente entrano in ballo le inutili rullate di Ulrich che per fortuna vengono presto zittite da, questa volta davvero buona, voce di Hetfield, con delle strofe che finalmente sanno emozionare, una batteria semplice ma veloce e trascinante. Immaginate una "Dyers Eve" ovviamente meno irruenta, ma stiamo parlando di un pezzo assolutamente non male, che rialza però troppo tardi le quotazioni di un album deludente su più della metà degli episodi presenti in tracklist. Anche questo pezzo, fosse durato un paio di minuti in meno, sarebbe stato una scheggia non da poco, ma tant'è...e che ve lo dico a fare, ci siamo capiti.

Quello che c'era da dire l'ho detto credo ampiamente, quindi non mi si rinfacci poi che non ho argomentato abbastanza (credo che questa sia la recensione più lunga della mia vita o poco ci manca). 
I Metallica si riconfermano, assieme agli Anthrax, come i più scarsi e spompi della vecchia guardia thrash. C'è chi fa album di mestiere come i Testament, i Kreator o i Megadeth, ma almeno lo fa bene. I Metallica non ca la possono più fare. E fa ancora più rabbia sentire a tratti quello che erano nel primo e ultimo episodio di questo disco, perchè qualcosa nel loro DNA c'è ancora e potrebbero farlo riaffiorare, ma a oltre cinquant'anni a capoccia credo che sia ormai impossibile pensarlo, per noi e per loro. 
I Metallica sono questo da oltre venti anni, e ora ancora peggio. Prendere o lasciare.

Recensione a cura di: Sergio Vinci "Kosmos Reversum"
Voto: 55/100

Tracklist:
Disc 1
1. Hardwired 03:09 
2. Atlas, Rise! 06:28 
3. Now That We're Dead 06:59 
4. Moth into Flame 05:50 
5. Dream No More 06:55 
6. Halo on Fire 08:15 

DURATA TOTALE PRIMO DISCO: 37:36

Disc 2
1. Confusion 06:43 
2. ManUNkind 07:17 
3. Here Comes Revenge 06:30 
4. Am I Savage? 06:29 
5. Murder One 05:45 
6. Spit Out the Bone 07:09 

DURATA TOTALE SECONDO DISCO: 39:53 

3 commenti:

  1. Ottima recensione, bella la parte dei ricordi da adolescente... mi ci riconosco un po'...

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